Studio Guido Moretti

Una casa un villaggio

 

Da "La Casa di Hatra" Ed. Tipoarte Bologna, 2005.

Hatra vive in un villaggio del Sahara sud-occidentale. La sua casa è simile ad altre del villaggio: muri di mattone in terra cruda circondano una corte su cui si affacciano le camere, la cucina, il wc alla turca, il deposito. L’ingresso alla corte è a sud. Le finestre, prive di vetri ma chiuse da una semplice imposta, sono piccole e incorniciate di intonaco tinto di bianco.
I collegamenti tra le camere avvengono solo attraverso la corte. Il villaggio è continuamente spazzato dal vento carico di sabbia che spira da nord e che erode lentamente le parti più esposte dei muri, come gli angoli e le sommità.

Abbiamo scelto questa casa per dare il titolo al volume forse perché ci abbiamo vissuto per qualche tempo e abbiamo potuto osservare da vicino tante cose. Questa casa ci ha mostrato quanta cura sia necessario prestare all’uso di risorse minime e di scarsa disponibilità, per vivere in un habitat estremo. Abbiamo osservato che i muri di terra offrono una buona protezione dal grande caldo del sud o dal freddo, capace, di notte, di scendere sotto lo zero per una parte dell’anno. Che la corte serve come riparo dal vento e che, durante il giorno, offre sempre una zona d’ombra. Abbiamo sperimentato le piccole finestre, che proteggono dall’irraggiamento solare perché di ridotte dimensioni e perché ricavate su murature di forte spessore, e che assicurano comunque una giusta illuminazione, diffusa dal colore bianco dell’incorniciatura. Abbiamo anche notato che le finestre sono posizionate nella parte bassa delle pareti perché è lì che, all’interno, è più utile indirizzare la ventilazione, all’altezza cioè della persona seduta o distesa.
La camera di Hatra è utilizzata, nelle diverse ore del giorno, come luogo di rappresentanza per ricevere ospiti, come soggiorno, come pranzo, come ambiente di lavoro, come camera da letto. E questo vale anche per le altre stanze. In estate, durante il giorno, viene ridotta l’utilizzazione degli ambienti sul lato più caldo della casa e le attività si spostano nelle stanze più fresche. E’ quello che viene chiamato “nomadismo interno”, che consente l’ottimizzazione climatica nell’uso degli spazi per via della completa intercambiabilità delle funzioni e della disposizione degli ambienti sui quattro lati della corte.

La Casa di Hatra

La casa di Hatra



Poi c’è Mohamed, il fratellino di Hatra che va a scuola nel villaggio. Qui le aule hanno la copertura a cupola, come avviene per i pochi edifici di carattere pubblico della piccola comunità. Le cupole richiedono maggiori risorse, di denaro e di tecnologia, e quindi sono riservate agli edifici collettivi.
Le cupole in effetti danno subito un’immagine di maggiore importanza alla costruzione e si può credere che questa nobilitazione sia la ragione del loro impiego per destinazioni particolari come la moschea, la scuola, il tribunale o altro. Abbiamo visto che non è solo così. Ci sono almeno sei ragioni che, per un clima arido secco e di grande escursione termica tra il giorno e la notte, fanno preferire la cupola al tetto piano, ragioni che derivano dalle differenze di forma e di dimensione superficiale tra i due sistemi.
La zona in cui abita Hatra e la sua famiglia è di carattere rurale con una organizzazione spaziale diradata. Vi prevalgono costruzioni basse, a corte, con muri di terra non intonacati. E’ posta al bordo esterno del villaggio, al confine con i piccoli appezzamenti recintati dove si allevano capre e si coltiva la palma da datteri. I recinti sono di foglie di palma essiccate e intrecciate o di mattoni di terra. In questo caso sono realizzati in forma di claustra, cioè lasciando spazi tra mattone e mattone per aumentare la superficie esposta all’aria. Lo scopo delle recinzioni è di riparare dal vento ma anche di conservare sulle superfici dei mattoni o degli intrecci vegetali la fresca rugiada notturna, che al mattino verrà rilasciata sotto l’effetto delle prime brezze, assicurando umidità e frescura alle coltivazioni. Invece nella parte centrale del villaggio le costruzioni si addossano le une alle altre e talora si alzano anche di un piano. Le corti lasciano il posto a piccoli patii in cui il rapporto tra altezza del costruito e ampiezza del vuoto, diversamente che nella corte, è decisamente a favore dell’altezza. Il tracciato delle strade è irregolare, le vie sono strette e tortuose e spesso presentano sottopassi coperti da edifici o sezioni rastremate verso l’alto dagli aggetti delle case. I muri che le costeggiano sono intonacati e i colori sono tenui, con tinte a pastello cha vanno dal celeste al verde chiaro. Le finestre qui sono più elaborate e presentano tante piccole forature geometriche: le mashrabiye, che filtrano la luce e difendono l’intimità famigliare. L’impianto del villaggio è concepito per creare difese dai raggi solari alle abitazioni, attraverso la riduzione della superficie esposta (muri in comune tra le case) e l’impiego di colori chiari che attenuano l’assorbimento di calore, mentre offre protezione ai percorsi pubblici con vie ombrose e riparate dall’infilata del vento.
La sera accende di viola i muri delle case e le terrazze si animano di presenze femminili. E’ lì che le famiglie troveranno riposo e frescura nelle notti estive.

Quanto andiamo osservando attorno al piccolo villaggio sahariano potrebbe rappresentare in qualche modo la sintesi di questo lavoro sulla cultura delle minime risorse e della loro obbligatoria ottimizzazione in condizioni insediative severe. Escursione termica, acqua, terra, vento sono gli alleati di Hatra, che possono rendere non solo tollerabile ma anche affascinante la vita in questi luoghi, come Hatra ci ha mostrato, semplicemente.
La lezione che ci viene dal villaggio potrà essere ripresa, rinnovata e applicata ad altre latitudini e a nuovi scenari? Crediamo di sì, per esempio là dove, nonostante esse siano esauribili, le risorse appaiono tanto abbondanti da far aumentare progressivamente il loro già elevatissimo consumo, per una “qualità della vita” che, nel villaggio di Hatra, non abbiamo rimpianto.