Studio Guido Moretti

 

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Quando disegno, sospinta da un qualsiasi, infinitesimo e indistinguibile nesso con il soggetto che ho sotto mano, la mente inizia a vagare in un suo viaggio dove si susseguono scene, persone, parole, emozioni, colori in un lento, profondo vortice che mi riporta senza interruzioni ad anni lontanissimi o ai fatti di ieri, mescolando liberamente le cose ma rendendole tutte armoniosamente conseguenti, dalle più dolci a quelle che vorrei non fossero mai veramente accadute. Mentre la matita segue le proprie strade, questa successione di misteriosi, imprevedibili e balenanti richiami al mio vissuto, altrimenti assopiti tra le pieghe della memoria, è forse il motivo che mi fa amare da sempre il momento del disegno.

26 giugno 2017

 

 

 

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21 giugno 2016

Carissimi, ieri ha avuto luogo il commovente commiato per Paolo, nel isola-cimitero di San Michele a Venezia. All'ombra di un enorme albero sembrava di essere sotto i ficus del Jardin d'Essai di Algeri o di un baobab etiopico. Marcello ha detto belle parole, cui mi sono aggiunto io e altri, tutti con la voce rotta dalla commozione.
Io ho detto di aver letto su Facebook un inaspettato messaggio di Francesco, mio figlio. Una foto di Paolo con giovani in Centro America e un testo: "Ora sei nel vento che gira il mondo e spazza le dune dei tuoi deserti. Per sempre nel mio cuore. Ciao Paolo." Sapere che il ricordo di Paolo, così intenso e toccante, passa anche alla generazione dei figli mi è stato di grande conforto in un momento tristissimo della mia vita.
Avrei voluto aggiungere altro davanti alla bara di legno chiaro coperta di fiori, ma sapevo che non sarei riuscito a concludere... allora lo scrivo qui:
Sei partito par un altro viaggio, questo davvero speciale. Vai dove credi, anche lontano, ma bada bene, fatti trovare subito quando sarà il momento... per continuare il viaggio insieme, ancora una volta.
Guido

Forse vi fa piacere leggere questo ricordo dal sito dello IUAV:
IUAV

 

 

 

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Oggi, passando davanti al chiosco dell’Associazione Panificatori allestito in questi giorni in Piazza Minghetti, mi sono fermato per rifornirmi di qualche raviola doc appena sfornata (ovviamente ripieno di vera mostarda bolognese!). Prima di me un distinto signore ne aveva acquistate quattro. Dirigendomi per via de’ Toschi verso l’ufficio, vedo il signore che rallenta davanti a uno dei questuanti neri che stazionano regolarmente alle estremità della via, si ferma, estrae una raviola dal sacchetto e gliela offre. E il nero se la mangia in un baleno.

 

 

 

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A Termenago, paesello posto più in alto di noi e che attraverso abitualmente nelle mie escursioni estive, spesso vedo una nonna che conduce, lungo le ripide strade del paese, una povera ragazzina che fatica anche solo a camminare, con lo sguardo stralunato e completamente assente come espressione.
Notavo che la nonna le parlava e le cantava qualcosa in questa loro uscita quotidiana, e una volta, in modo assolutamente riservato, l'ho anche registrata. Purtroppo l'audio è molto disturbato, quindi posso solo trascrivere le parole di una poesiola che richiama un canto degli alpini e che evidentemente la nonna in parte inventava lì per lì.

... pianteremo la baracca
tutta quanta piena
piena e piena
di vino e grappa
pensa un po'
quanto vino e quanta grappa
che bevevano gli alpini
su pei monti
e su per i monti...

Poi comincia a cantarle, col filo di voce di nonnina:

Su pei monti su pei monti che noi andremo...

e salivano piano al sole del mattino, con i monti che si inchinavano su di loro.

 

 

 

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Una telefonata del Professore all'ora di pranzo e poco dopo, svoltato l'angolo di viale Panzacchi dove abitavo e saliti i pochi gradini di Via Savenella 21, suonavo al campanello di Guido Bugli. A metà degli anni '50 ero un ragazzino appena dodicenne ed ero allievo del maestro. Anzi "l'allievo" perché, al di là della sua attività di insegnante scolastico, ero l'unico giovane che accettava in bottega. Erano sedute estenuanti - molte ore in piedi, evidentemente a denti stretti perché ricordo soprattutto le mascelle indolenzite - che spesso cercavo di evitare. Ma da tutta una vita sono grato a Bugli per la confidenza con le cose della pittura e soprattutto del disegno che, senza farmi mai realmente 'lezione", il Professore mi ha trasmesso. In realtà una vera lezione fu solo la prima in cui, dopo aver piazzato una bottiglia sul tavolo di cucina, mi distese un foglio bianco davanti e, con una matita tenera mi disse di disegnarla. Io timidamente misi giù quello che credevo di vedere e, per riprodurre la bocca della bottiglia leggermente dall'alto, disegnai una forma affusolata appuntita alle estremità. Bugli mi prese la matita e tranquillamente ci fece una croce sopra. Convinto che quello fosse stato un test di ammissione, mi preparavo a prendere congedo, invece (chissà che cosa poté trovare Bugli in quel penoso disegno per accettarmi poi come allievo) mi chiese: dove vedi questi spigoli nella bottiglia? indicando le estremità appuntite del mio "fuso”. Era un'ellisse, con tutta la sua rotondità, quella che andava disegnata, più o meno panciuta a seconda del punto di osservazione, e non un fuso. Capii allora che, per rappresentarla, bisognava guardare la realtà con occhi diversi o, semplicemente, bisognava guardarla.

Il passaggio alla pittura - naturalmente ad olio - fu complesso, soprattutto per questioni di attrezzatura. Con i miei genitori ero andato in visita presso i parenti di un anziano pittore di stile bertelliano da poco deceduto, Antonio Sartini, i quali mettevano in vendita quadretti e strumenti dell'artista. Tornando a casa mi sentivo veramente sicuro di me tenendo tra le mani una cassettina di legno piena di minuscoli tubetti di colore, in parte usati. Bugli la vide e inorridì. Era l'inizio dell'estate e si stava con i vetri spalancati. Spalle alla finestra, uno dopo l'altro cacciò in strada un certo numero dei miei preziosi tubetti, il primo dei quali accompagnato dal decisivo commento: questo è un giallo m...! Sì perché la tavolozza di Bugli non ammetteva deroghe: i colori erano quelli, da 13 a 15, e basta. E disposti da sinistra a destra in quest'ordine: Blu di Prussia, Oltremare azzurro, Bianco di zinco, Giallo di cadmio chiaro, Giallo di cadmio scuro (a volte), Ocra gialla, Terra di Siena naturale, Terra di Siena bruciata, Terra verde, Verde smeraldo, Arancio (a volte), Vermiglione, Rosso carminio, Lacca di garanza scura, Terra d'ombra. Mancava il nero (quello di Sartini era volato subito fuori dalla finestra) perché “in natura il nero non esiste”. Le ombre più fonde si creavano mescolando i colori, soprattutto Terra di Siena bruciata con Verde smeraldo oppure Blu di Prussia con Carminio o Lacca di garanza. Il pennello era uno solo. Bugli naturalmente ne aveva diecine, ma tutti dello stesso tipo: quello che si chiamava "a lingua di gatto", cioè grande, piatto e con il bordo leggermente arrotondato. Con quel maestoso pennello Bugli danzava sulla tela, modellando il soggetto con pennellate larghe e corpose che, sulla tavolozza, lavoravano volentieri nella zone delle Terre per attingere il colore. Ma con lo stesso pennello tracciava gli esili profili delle "bilance" da pesca della sua amatissima Valle o il filo di fumo dell'immancabile candelina nelle nature morte. Era un vero Maestro, di quelli che pochi hanno la fortuna di incontrare: Maestro nella tecnica pittorica e, prima ancora, nel disegno, che riteneva basilare per fare pittura.

I colori erano Maimeri, bei tubi di lucido piombo confezionati a tre per scatola, con quello al centro ribaltato per ridurre l'ingombro. Personalissima era la vaschetta dell'acqua ragia (vietato l’olio di trementina) che realizzava con le sue mani, come presto feci anch'io. Si tagliava un vasetto di conserva di pomodori all'altezza di circa quattro centimetri dalla base. Su questo si stendeva una reticella metallica fitta, rimboccandola su tutto il bordo. Al centro si lasciava una certa abbondanza perché potesse essere resa concava. Versando l'acqua ragia, una parte restava al di sopra della rete in modo che il pennello, strisciandovi contro rete, decantasse sul fondo il colore eccedente rimanendo invece intinto nel diluente pulito. Corredavano la tavolozza uno straccio per asciugare il pennello che in realtà era un bel pezzo di stuoia, spessa e rigida, sostituita più volte durante il lavoro, e una spatola a cazzuola, con la lama piuttosto sottile. Questa serviva per ripulire di quando in quando la tavolozza, e qui la maestria di Bugli mi sembrava inarrivabile: con un solo passaggio ti faceva trovare i residui di tutti i colori come appena spremuti dal tubetto. Il ricavato del lavoro di spatola serviva per preparare le nuove tele, i cui telai venivano montati in studio: con un forbicione più simile a una cesoia, dopo una sommaria misurazione, veniva tagliata la tela da un grande rotolo, poi ripiegata e inchiodata sul telaio già provvisto delle biette necessarie a mantenere la tela in tensione. Tutto questo lavoro, oltre che per risparmio, era necessario perché i formati di Bugli erano per lo più inusuali, con le sue lunghe “marine” o i girasoli alti e stretti. Poi, lui sul grande cavalletto da studio e io di lato a poca distanza sul cavalletto da campo, a dipingere lo stesso soggetto. Che, a quei tempi, era spesso costituito da un drappo appeso, davanti al quale un vaso di fiori con mela e candelina, oppure bottiglie, lampade a petrolio e cuccume polverose. Si dipingeva a persiane chiuse, con lampade che illuminavano i telai e una particolare cura, naturalmente, per l'illuminazione del soggetto. Il Professore ogni tanto passava al mio cavalletto e io vedevo, in pochi secondi, trasformarsi i miei torbidi e informi tentativi in qualcosa che si illuminava, che prendeva volume e la tela era uno spazio a tre dimensioni, in cui si poteva liberamente circolare, così mi sembrava, anche dietro agli oggetti. La mela era già rotonda prima del fatidico colpo di "lumetto" bianco e ocra che rispecchiava la luce della lampada in una superficie tondeggiante: lumetto che non doveva essere dipinto se non come ultima, quasi superflua pennellata.

Una piccola lampada a petrolio con la base di lamiera rossa e il tubo di vetro polveroso, che appare in tanti quadri di Bugli, proviene dalla nostra cantina. Guai a spolverarla, prima di offrirgliela in dono! Mi bastò provarci su una bottiglia che gli proposi come soggetto per capire che non dovevo più farlo... Perché il Professore aveva, diciamo così, un carattere piuttosto esplicito. Io ero un ragazzino che evidentemente stava al proprio posto perché ricordo soprattutto le sue rudi esternazioni nei confronti di altri, in particolare di critici e di colleghi. Ma era anche capace di inondare di catinelle d'acqua i bimbetti di Via Savenella quando giocavano in strada in modo troppo rumoroso. Non ho mai saputo quali compensi Bugli ricevesse dai miei genitori per la mia iniziazione alla pittura. Comunque a un certo punto so che gli fu regalata una vecchia Fiat Topolino, l'auto "da campagna" di mio padre, in famiglia chiamata Sputafuoco: e il nome la diceva lunga sulla sua affidabilità. Credo che anche al Professore abbia giocato qualche scherzo. In realtà Bugli era, a quei tempi, motociclista, tanto che in moto, per una breve stagione pittorica estiva, si avventurava regolarmente fino a Parigi! Le tele erano accuratamente preparate, non troppo grandi e di uguale misura. In numero di 6 o 8, sistemate con cinghie e distanziate tra loro da nottolini di legno a due punte fissati ai quattro angoli, venivano trasportate ai lati della moto (i distanziatori erano per tenere scostate le tele al ritorno, quando certamente sarebbero state ancora fresche). E a Bologna, una bella mostra di soggetti parigini al Circolo Artistico di via Clavature, sempre lamentando quanto fosse costoso esporre i quadri già incorniciati!.

Tra i tanti ricordi che ancora mi trasportano a quegli anni lontanissimi, in cui intraprendevo con passione il magico viaggio sul limitare della creazione artistica, uno è rimasto particolarmente luminoso e so che lo devo tutto a Bugli. La notte di Natale del 1956, tra i pacchi e i pacchetti dei genitori e di noi quattro figli, uno era voluminosamente anomalo. Ed era per me! Fu una gioia che ancora oggi riesco a rivivere quella di scoprire uno splendido cavalletto da campo, in legno di ciliegio e cinghie di cuoio che racchiudeva nel proprio ventre odoroso la grande scatola di zinco ricolma dei tubetti Maimeri, in numero e dimensione "conformi", con il Bianco di zinco più grande degli altri, e il tutto coperto dalla classica tavolozza a due cerniere ripiegata. Avevo la stessa attrezzatura del Professore! E non avevo più alibi. Su quel cavalletto sono passate infinite, indimenticabili ore di sofferenza e di soddisfazione, negli anni successivi, con le sedute da Bugli sempre meno frequenti e la mano che sapeva andare da sola. Questo mondo mi ha poi sempre accompagnato, sia che io abbia dipinto o disegnato, sia che abbia solo osservato, per disegnare mentalmente quello che vedevo. E' un viaggio che dura ancora ed è una parte di me. Per questo ancora grazie, Professore, dal profondo del cuore del suo "giovane" allievo, e infiniti auguri!

 

 

 

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Link: ARCHITETTURE - Sergio Toppi e Guido Moretti
Edizioni Tipoarte Bologna



Conosco le opere di Sergio Toppi dagli anni ottanta, da quando cioè in casa circolava “Il Giornalino”, periodico illustrato destinato a mio figlio bambino, ma che sfogliavo ogni volta con la curiosità di trovare disegni o interi racconti di questo grande maestro. Tanti sono stati nel tempo gli spunti grafici o pittorici che, per la mia attività o per semplice diletto, ho ricavato da quelle raccolte e che ho cercato di riprodurre maldestramente su tela o su carta.

E pensando a quest’uomo dall’anima proiettata in mondi lontani e fantastici e alla sua capacità inarrivabile di rappresentarli con il tratto miracoloso che, a ogni immagine, produce un’invenzione di soggetti, di posture, di scenari e di inquadrature, mai avrei immaginato che il sogno di poterlo vedere direttamente all’opera e addirittura di lavorare al suo fianco su un progetto comune, si sarebbe poi avverato. E insieme a una amicizia divenuta in breve ricca e profonda.

Tutto è nato dalla grande mostra sull’opera di Toppi che si è tenuta a Bologna nelle sale del Museo Civico Archeologico nel marzo 2009. In quell’occasione mi sono ripromesso di incontrare e conoscere Sergio Toppi. E il pretesto, perché di pretesto si è trattato, è stato quello di una collaborazione con le Edizioni Tipoarte, di cui curo la direzione editoriale, per una cartella in dieci tavole con argomento l’architettura. Lo stesso Editore non ne era informato... La scelta dei soggetti intendeva rappresentare un quadro delle opere e degli architetti che hanno fatto la storia dell’architettura moderna e contemporanea, spaziando su diversi continenti e, naturalmente, con tutte le omissioni del caso.

Toppi, con la cortesia che, insieme alla modestia, fa parte intima della sua personalità, ha accolto l’idea con cautela ma senza un vero rifiuto. Il problema era quello sintetizzato dalla sua ricorrente dichiarazione: “Non sono capace di disegnare con righe dritte”. Quindi niente architettura! Nata nel frattempo la cordialità e poi l’amicizia, il desiderio di lavorare insieme ci ha indotti a trovare una formula di compromesso, così concretizzato: io avrei disegnato l’architettura su cui Toppi avrebbe avuto modo di creare liberamente la scena interpretativa.

E così è stato, per le opere di architettura una tecnica sintetica di ombre e tratteggi che si raccorda alle classiche campiture nere da cui il grande Toppi prende il volo per dispiegare la sua arte e regalarci nuove meravigliose invenzioni.

Gennaio 2011


 

 

 

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Hatra abita in un piccolo villaggio lontano. È una brava figliola, come dicono i suoi paesani. In casa il lavoro è duro, il babbo non c’è più, la mamma è ormai anziana e bisogna accudire le bestie nella stalla, pascolare le pecore, tenere in ordine la casa. Tutte le sue ore, sbrigate le faccende domestiche, Hatra le passa tra la stalla e il pascolo. Ma quel giorno era stato più faticoso del solito, le pecore sembravano impazzite, di qua, di là senza che lei riuscisse mai a governarle. Ormai bisognava rientrare, c'era ancora da dar da mangiare alle bestie e mungere la mucca, e intanto si faceva sera. Hatra era preoccupata, guai se fosse tornata senza un capretto o un agnellino, neanche da pensare! Non aveva portato con sé la lanterna, quando ormai sarebbe stato tempo di accenderla, ma per fortuna la notte era rischiarata da una nuova stella che brillava così luminosa nel cielo... Le ore passavano, con la povera Hatra a rincorrere le sue pecore tra le balze e gli stentati praticelli del primo inverno. Forse era già mezzanotte e di sicuro la stavano cercando, quando ad un tratto una gran luce illuminò la valle, e veniva dal paese! Le pecore, come a un comando, le si fecero tutte vicine per trotterellarle attorno docilmente mentre un canto dolcissimo fatto di mille voci si alzava pian piano sotto la volta del cielo. Poi vide luci che si muovevano verso il paese, erano persone conosciute ma anche altre venute dai villaggi vicini, e qualcuno le disse di affrettarsi perché raccontavano che nella sua stalla fosse accaduto un miracolo! Ad Hatra batteva forte il cuore, finché arrivò alla sorgente di tutta quella luce: un bambino appena nato tra due figure chine su di lui e, dietro, la sua mucca che ruminava tranquilla anche se non era stata ancora munta, vicino al somarello che si guardava intorno con gli occhi pazienti. Fu allora che la mamma del nuovo nato le fece un cenno, sì proprio a lei, perché si avvicinasse. Quindi la donna sollevò il bimbo dal fieno su cui giaceva e con dolcezza glielo porse, sussurrandole teneramente: “Grazie perché hai tenuto lontane le tue pecorelle e così hai fatto posto al mio bambino…". Il Bambino allora alzò le manine e Hatra sentì sul viso come una carezza celeste mentre la Donna la guardava negli occhi dicendole con un sorriso: Buon Natale Hatra!

Natale 2009

 

 

 

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Da "La Casa di Hatra" Ed. Tipoarte Bologna, 2005.

Hatra vive in un villaggio del Sahara sud-occidentale. La sua casa è simile ad altre del villaggio: muri di mattone in terra cruda circondano una corte su cui si affacciano le camere, la cucina, il wc alla turca, il deposito. L’ingresso alla corte è a sud. Le finestre, prive di vetri ma chiuse da una semplice imposta, sono piccole e incorniciate di intonaco tinto di bianco.
I collegamenti tra le camere avvengono solo attraverso la corte. Il villaggio è continuamente spazzato dal vento carico di sabbia che spira da nord e che erode lentamente le parti più esposte dei muri, come gli angoli e le sommità.

Abbiamo scelto questa casa per dare il titolo al volume forse perché ci abbiamo vissuto per qualche tempo e abbiamo potuto osservare da vicino tante cose. Questa casa ci ha mostrato quanta cura sia necessario prestare all’uso di risorse minime e di scarsa disponibilità, per vivere in un habitat estremo. Abbiamo osservato che i muri di terra offrono una buona protezione dal grande caldo del sud o dal freddo, capace, di notte, di scendere sotto lo zero per una parte dell’anno. Che la corte serve come riparo dal vento e che, durante il giorno, offre sempre una zona d’ombra. Abbiamo sperimentato le piccole finestre, che proteggono dall’irraggiamento solare perché di ridotte dimensioni e perché ricavate su murature di forte spessore, e che assicurano comunque una giusta illuminazione, diffusa dal colore bianco dell’incorniciatura. Abbiamo anche notato che le finestre sono posizionate nella parte bassa delle pareti perché è lì che, all’interno, è più utile indirizzare la ventilazione, all’altezza cioè della persona seduta o distesa.
La camera di Hatra è utilizzata, nelle diverse ore del giorno, come luogo di rappresentanza per ricevere ospiti, come soggiorno, come pranzo, come ambiente di lavoro, come camera da letto. E questo vale anche per le altre stanze. In estate, durante il giorno, viene ridotta l’utilizzazione degli ambienti sul lato più caldo della casa e le attività si spostano nelle stanze più fresche. E’ quello che viene chiamato “nomadismo interno”, che consente l’ottimizzazione climatica nell’uso degli spazi per via della completa intercambiabilità delle funzioni e della disposizione degli ambienti sui quattro lati della corte.

La Casa di Hatra

La casa di Hatra



Poi c’è Mohamed, il fratellino di Hatra che va a scuola nel villaggio. Qui le aule hanno la copertura a cupola, come avviene per i pochi edifici di carattere pubblico della piccola comunità. Le cupole richiedono maggiori risorse, di denaro e di tecnologia, e quindi sono riservate agli edifici collettivi.
Le cupole in effetti danno subito un’immagine di maggiore importanza alla costruzione e si può credere che questa nobilitazione sia la ragione del loro impiego per destinazioni particolari come la moschea, la scuola, il tribunale o altro. Abbiamo visto che non è solo così. Ci sono almeno sei ragioni che, per un clima arido secco e di grande escursione termica tra il giorno e la notte, fanno preferire la cupola al tetto piano, ragioni che derivano dalle differenze di forma e di dimensione superficiale tra i due sistemi.
La zona in cui abita Hatra e la sua famiglia è di carattere rurale con una organizzazione spaziale diradata. Vi prevalgono costruzioni basse, a corte, con muri di terra non intonacati. E’ posta al bordo esterno del villaggio, al confine con i piccoli appezzamenti recintati dove si allevano capre e si coltiva la palma da datteri. I recinti sono di foglie di palma essiccate e intrecciate o di mattoni di terra. In questo caso sono realizzati in forma di claustra, cioè lasciando spazi tra mattone e mattone per aumentare la superficie esposta all’aria. Lo scopo delle recinzioni è di riparare dal vento ma anche di conservare sulle superfici dei mattoni o degli intrecci vegetali la fresca rugiada notturna, che al mattino verrà rilasciata sotto l’effetto delle prime brezze, assicurando umidità e frescura alle coltivazioni. Invece nella parte centrale del villaggio le costruzioni si addossano le une alle altre e talora si alzano anche di un piano. Le corti lasciano il posto a piccoli patii in cui il rapporto tra altezza del costruito e ampiezza del vuoto, diversamente che nella corte, è decisamente a favore dell’altezza. Il tracciato delle strade è irregolare, le vie sono strette e tortuose e spesso presentano sottopassi coperti da edifici o sezioni rastremate verso l’alto dagli aggetti delle case. I muri che le costeggiano sono intonacati e i colori sono tenui, con tinte a pastello cha vanno dal celeste al verde chiaro. Le finestre qui sono più elaborate e presentano tante piccole forature geometriche: le mashrabiye, che filtrano la luce e difendono l’intimità famigliare. L’impianto del villaggio è concepito per creare difese dai raggi solari alle abitazioni, attraverso la riduzione della superficie esposta (muri in comune tra le case) e l’impiego di colori chiari che attenuano l’assorbimento di calore, mentre offre protezione ai percorsi pubblici con vie ombrose e riparate dall’infilata del vento.
La sera accende di viola i muri delle case e le terrazze si animano di presenze femminili. E’ lì che le famiglie troveranno riposo e frescura nelle notti estive.

Quanto andiamo osservando attorno al piccolo villaggio sahariano potrebbe rappresentare in qualche modo la sintesi di questo lavoro sulla cultura delle minime risorse e della loro obbligatoria ottimizzazione in condizioni insediative severe. Escursione termica, acqua, terra, vento sono gli alleati di Hatra, che possono rendere non solo tollerabile ma anche affascinante la vita in questi luoghi, come Hatra ci ha mostrato, semplicemente.
La lezione che ci viene dal villaggio potrà essere ripresa, rinnovata e applicata ad altre latitudini e a nuovi scenari? Crediamo di sì, per esempio là dove, nonostante esse siano esauribili, le risorse appaiono tanto abbondanti da far aumentare progressivamente il loro già elevatissimo consumo, per una “qualità della vita” che, nel villaggio di Hatra, non abbiamo rimpianto.

 

 

 

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Presentazione

Come Albrecht Dürer, con lo stesso piglio visionario, con la grinta del prestigioso incisore: ma con una carica immensa di simpatia. Così vedo Guido Moretti che “disegna” la Val di Sole nell’umiltà degli oggetti e delle abitazioni, dei ponti e dei fienili, degli angoli nascosti, degli strumenti d’un tempo. L’enciclopedia della vita d’ogni giorno, del territorio e dei suoi particolari è filtrata da occhi attenti e premurosi; poi viene affidata al disegno che gioca sul bianco e nero.
La Val di Sole sembra ritratta all’alba o al crepuscolo, quando i colori non si distinguono ancora, mentre le linee ora nette ora sfumate fanno emergere dalla penombra cose e scene familiari, squarci di natura ritagliati dalla sensibilità d’una matita esperta e appassionata.
Il “Taccuino” del viaggiatore-illustratore deve essere visto e rivisto, con la curiosità mai sazia di chi ama. Attraverso il tratto scarno e sintetico, e tuttavia chiaramente esaustivo, è dato modo di risalire alla realtà, non trasfigurata da un cuore romantico, ma forte e decisa come la traccia d’un sentiero di montagna, che ti porta a scoprire l’anima - o le molte anime – di una vallata alpina indimenticabile, e non solo per quanti ci abitano da sempre.

Fortunato Turrini

La Val di Sole da Mostizzolo



Prefazione

Un territorio – una valle, un comprensorio, una provincia – è il risultato di una costante e lenta stratificazione di interventi umani, che nel corso dei secoli hanno via via modellato il paesaggio, arricchito uno scorcio, modificato una forma, (arricchito) valorizzato e ammorbidito un panorama.
Non è più possibile, oggi, “leggere” l’ambiente senza ricordare le testimonianze “umane” che questo ambiente hanno plasmato e adattato ad esigenze sempre nuove e diverse.
Ecco perché è bello sfogliare il libro che Guido Moretti ha dedicato alla Val di Sole e sentirsi avvolti da un mondo schizzato e pennellato, da una galleria di schizzi e di disegni che costituiscono un vero e proprio “diario di viaggio per immagini”. Perché, in un mondo in cui, grazie alla tecnica digitale ognuno può ormai fermare nella memoria di una macchina fotografica le migliaia di immagini legate alle migliaia di passi di una semplice escursione, ci accorgiamo quanto sia bello ed emozionante il semplice disegno realizzato a matita e poi sottolineato e ombreggiato a carboncino o a china.
Se dovessi definire con un solo aggettivo la fatica di Moretti, definirei le pagine del suo libro “commoventi”: di quella commozione, però, che nasce dalla consapevolezza che il bello esiste, che il bello – un capitello e una croce, una chiesa dal campanile aguzzo e un castello pieno di chiaroscuri, una semplice staccionata a bordo via e un portone antico... – è ancora capace di provocare stupore e anche conoscenza.
È la nostra gratitudine per questo modo “antico” di vedere le cose della realtà, la vera ricompensa alle fatiche dell’Autore: gratitudine per la sua attenzione, per la sua curiosità di intellettuale attento alle “piccole” cose, per la pulizia del disegno e del tratto, per la dovizie di particolari che ci aiutano a vedere quel che c’è “dietro” alla corteccia superficiale degli oggetti anche i più semplici... un cappello, una culla, un quadretto devozionale, una formella, una serratura, un segnavento...
Qui tocchiamo con mano la bellezza di quel che l’Uomo ha creato nel corso della sua storia: edifici e utensili, stùe e fontane, porticati e inferriate: è la vera “arte” solandra, quella che vien fuori da queste pagine, un’arte popolare diffusa nella valle intera, con le sue caratteristiche identitarie che la differenziano e la diversificano da paese a paese, da maso a maso.
In chiusura, vorrei ricordare che questa fatica di Guido Moretti – “solandro” di adozione – si inserisce in un novero di altre pregevoli pubblicazioni tutte dedicate al patrimonio di arte domestica di questa valle, che l’Autore ha scritto e curato nel corso di questi anni e che hanno contribuito a portare il nome della Val di Sole in tutta Italia, facendone conoscere ed apprezzare un patrimonio di “arte popolare” che vogliamo conservare e valorizzare degnamente.
Arte popolare come cultura profondamente genuina, che Guido Moretti ci invita a far nostra con un pizzico anche di sana e positiva nostalgia.


Franco Panizza
Assessore alla cultura, Rapporti europei e Cooperazione
della Provincia autonoma di Trento




Nota dell’autore


Val di Sole, taccuino di viaggio. In questo album ho voluto riportare le impressioni di un viaggio condotto attraverso la Valle, alla maniera di un viandante curioso che annota, documenta e traccia schizzi per richiamare alla memoria, più tardi, i momenti salienti del suo peregrinare. Oppure come uno degli invidiati artisti che, al seguito delle spedizioni di esplorazione, ne riportavano fedele illustrazione anche se espressa attraverso la visione personale e la propria capacità di rappresentazione. Nel mio viaggio ho però volutamente limitato il campo dei soggetti ai soli manufatti realizzati dall’uomo, trascurando invece quegli aspetti esclusivamente naturali e paesaggistici, che pure costituiscono tanta parte della unicità di questi luoghi. Mi limito a citare, per essi, la splendida e poetica sintesi di Quirino Bezzi: “Valle di Sole, verdissimo solco tracciato dalla natura tra imponenti montagne, quelle bianche del Cevedale e della Presanella e quelle rosate delle ultime Dolomiti di Brenta. Il verde tenero dei prati vi si sposa ovunque a quello della ampie selve dei larici e degli abeti”.

Disegnatore per passione e progettista di professione, io ho mirato a temi forse meno elevati rispetto all’opera irripetibile della natura, ma ugualmente importanti nel formare la scena del paesaggio e della cultura di un luogo: ho guardato, con occhio interessato e amorevole, alle opere degli uomini.

Non ho trascurato i piccoli e piccolissimi interventi per rendere l’ambiente fruibile e protetto, mi sono lasciato affascinare dai manufatti della devozione che presidiano il percorso dell’uomo, ho cercato di descrivere chiese e palazzi, case notabili e masi sparsi, tecniche costruttive ed elementi di corredo alla costruzione. E poi gli interni, con i loro oggetti e gli attrezzi destinati alla fatica della vita quotidiana insieme a quelli rivolti a richiedere la divina protezione. Tutto questo con una naturale disposizione verso la riscoperta di quei “saperi smarriti” che oggi ci aiuterebbero a meglio affrontare tanti nodi irrisolti della nostra modernità.
Un lungo viaggio, impegnativo ma affascinante nel lavoro di restituzione di quanto andavo ritrovando e che mettevo via via in sequenza, praticamente così come usciva dalla mia matita. Quindi non è rintracciabile una logica, né territoriale né di contenuti, nel modo con cui è organizzato il materiale, se non quella interna ad ogni pagina, che in generale vorrebbe dare conto di un piccolo universo, incompleto naturalmente, ma ricco di richiami alle molteplici tematiche trattate nel taccuino.
Credo appaia anche a un lettore non specialista una certa, lieve modifica di stile dalle prime alle ultime pagine del lavoro: forse l’idea di terminare i disegni ha portato la mano a soffermarsi maggiormente sull’elaborato e i suoi particolari, quasi a voler prolungare il viaggio...

Apre il volume, anticipando la sezione dei disegni, un’ampia rassegna di testi, tratti dai “classici” sulla Val di Sole, a partire da una pergamena datata 1446 fino ai nostri giorni. Non mancano dunque le firme più prestigiose che hanno scritto sulla Valle, dal Bezzi appunto al Gorfer, dal Ciccolini al Turrini, comprendendo anche le descrizioni dal sapore ormai antico delle “Guide ai luoghi di soggiorno e di cura d’Italia” del Touring Club degli anni ’50.

Ecco il mio viaggio, non fantastico ma tra luoghi e oggetti reali. Se il risultato appare un poco edulcorato nel restituirci una Valle omogenea nelle sue espressioni più autentiche rispetto a una realtà invece assai composita, questo è solo frutto di ricerca, conoscenza e selezione. Insomma un piccolo viaggio che tutti possiamo fare, semplicemente guardandoci attorno.

Guido Moretti

 

 

 

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